questo è il 1 capitolo del romanzo che sto scrivendo. Come ti pare? Capitolo I Catania, novembre 1922 «Luigi Pirandello… Vigliacco! Traditore!» L'urlo le si strappò dalla gola prima che potesse trattenerlo. Non fu una delle invettive taglienti che Adelaide sapeva affidare alla penna quando qualcuno osava colpire lei o Capuana, ma un grido nudo, istintivo, nel quale la collera si confondeva con uno stupore ancora più doloroso. Stringeva il giornale fra le mani e continuava a fissare quelle righe, come se gli occhi potessero smentire ciò che avevano appena letto. Pirandello. Ancora lui. Pochi minuti prima era entrata nello studio come faceva ogni mattina, dopo averne rimandato l'ingresso finché le era stato possibile, quasi che varcare quella soglia costasse ogni volta un piccolo, rinnovato coraggio. Si trovava nella casa di via Pacini, a Catania, in quella stanza che per tanti anni era stata il centro della vita domestica e letteraria di Luigi Capuana. La città si era già destata, e dalla strada si levava il rotolio delle carrozze, lo scalpiccio dei cavalli, le voci dei venditori e, di tanto in tanto, il richiamo più acuto di un ragazzo che offriva i giornali ai passanti. Bastava uscire sulla via e sollevare lo sguardo perché, oltre i tetti, apparisse l'Etna, immenso e quieto, con la cima già colma di neve. Il dolce autunno siciliano distendeva sulla città una luce limpida e mite; ma nello studio essa entrava con cautela, come in punta di piedi, filtrata dalle tende e dalla polvere sospesa che pareva non essersi mai davvero posata da quando Luigi non c'era più a smuoverla. La stanza conservava ancora la sua impronta. Gli scaffali salivano fino al soffitto senza seguire un ordine che un estraneo avrebbe potuto comprendere, eppure Adelaide sapeva che quel disordine possedeva una logica rigorosa: bastava che Luigi allungasse una mano perché il volume desiderato comparisse come per incanto, quasi che i libri avessero imparato a obbedire al loro padrone come cani fedeli al fischio del cacciatore. I classici greci e latini convivevano con Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, Manzoni e Leopardi; poco oltre si rincorrevano Balzac, Flaubert, Zola, Maupassant, i fratelli Goncourt, Shakespeare, Goethe, Tolstoj e Dostoevskij. Sugli scaffali inferiori trovavano posto opere di linguistica, estetica, filosofia, psicologia, medicina, criminologia, e quei volumi sul magnetismo, sull'ipnotismo e sullo spiritismo che avevano assorbito tante delle ultime curiosità intellettuali di Luigi. Accanto ai grandi maestri europei erano allineati i libri degli amici, dei compagni di una stagione irripetibile della letteratura italiana: Verga, De Roberto, Fogazzaro, Matilde Serao, De Amicis, Di Giacomo, Ciampoli. Molti di quei volumi conservavano ancora una dedica autografa, una data, una frase affettuosa, come cicatrici lasciate apposta per essere ritrovate. Il suo sguardo si posò quasi istintivamente su una copia dei Viceré: aprendola, compariva ancora la dedica che Federico De Roberto aveva vergato il 30 ottobre 1894 — «A Luigi Capuana, il più grato dei discepoli, il più affezionato degli amici». Poco distante, i libri di Giovanni Verga, consumati dall'uso fino a perdere la rigidità della carta nuova, sembravano custodire ancora le interminabili discussioni, le simpatiche diatribe, gli intelligenti e fecondi confronti: ingredienti di un'amicizia profonda e unica che aveva attraversato quasi mezzo secolo di vita letteraria. Ovunque sporgevano foglietti, lettere usate come segnalibri, ritagli di giornale, bozze corrette, appunti tracciati a matita, come se lo studio stesso non fosse mai riuscito a concludere una frase. Su una parte degli scaffali, accanto ai volumi di Luigi, erano allineati anche i suoi libri: Prime novelle; Le spine delle rose; La vita urge; La Signora Vita e la Signora Morte; le raccolte poetiche Intime, Nuove intime, Flos animae, Rime amorose (Dal diario di Lydia), Amaritudini e Sottovoce. Vi erano poi le pubblicazioni dei testi teatrali, i libri destinati all'infanzia, come E, allora, che babbo sei?, e molte altre carte: cartelle, fascicoli, bozze e ritagli di giornale nei quali era raccolta la sua instancabile attività di pubblicista e giornalista. Quella non era stata soltanto la biblioteca di Luigi Capuana. Era anche la biblioteca di Adelaide Bernardini, il luogo concreto della sua vita di scrittrice. Non era la biblioteca ordinata di un collezionista, ma l'officina di due scrittori che avevano vissuto dentro i libri, interrogandoli, discutendoli, contraddicendoli. Adelaide non aveva cambiato posto a quasi nulla: da quando Luigi era morto, le sembrava che ogni volume attendesse ancora il momento in cui una mano familiare sarebbe tornata a sfilarlo dallo scaffale. Talvolta, entrando, le capitava persino di voltarsi d'istinto, quasi di aspettarsi di vederlo seduto alla scrivania, con un libro aperto davanti, gli occhiali leggermente abbassati sul naso, e quella voce calma con cui era solito chiamarla non Adelaide, ma Ada, il nome affettuoso che apparteneva alla loro intimità: — Ada, vieni un momento. Ascolta... Ma nello studio adesso non c'era più nessuno. Solo silenzio, un silenzio così pieno di lui da farsi quasi materia, come l'aria densa che precede un temporale. Si fermò per qualche istante sulla soglia. Indossava un abito pervinca di foggia semplice, accuratamente spazzolato e ben conservato, dignitoso nella linea ma ormai segnato dall'uso — il colletto chiaro, perfettamente stirato, e i polsini puliti rivelavano quella cura ostinata con cui cercava di opporsi alle ristrettezze degli ultimi anni, come un'ultima trincea di decoro difesa palmo a palmo. Non avrebbe mai consentito che le difficoltà della casa si trasformassero in trascuratezza: anche quando un orlo doveva essere ripreso o una manica discretamente rammendata, tutto in lei continuava a parlare di dignità e di fierezza. Aveva compiuto cinquant'anni a maggio, ma conservava ancora le tracce evidenti della bellezza che un tempo aveva attirato sguardi e acceso giudizi, ammirazioni e maldicenze. I capelli castani, attraversati ormai da qualche filo d'argento, erano raccolti con ordine sulla nuca; i grandi occhi mantenevano una vivacità inquieta, quasi febbrile, e i lineamenti, sebbene appesantiti dal dolore e dalle preoccupazioni, lasciavano intuire la giovane donna che era stata. Il tempo non ne aveva cancellato l'avvenenza: l'aveva resa più severa, come una statua che l'usura non sfregia ma solo indurisce, trattenendola sotto una maschera di stanchezza e di orgoglio. Si avvicinò allo scrittoio stringendo nella destra il tagliacarte. Sul piano l'attendeva la corrispondenza: una piccola pila di buste, alcune già riconoscibili dalla carta dozzinale e dalla grafia frettolosa degli impiegati. Lettere di creditori, quasi certamente. Da quando Luigi era morto, pareva che tutti si fossero ricordati insieme dei loro conti, delle cambiali, delle promesse di pagamento, delle somme anticipate e mai restituite: erano arrivati uno dopo l'altro, dapprima con formule rispettose, quasi deferenti verso la vedova del grande scrittore, poi con solleciti sempre più asciutti e minacciosi, come se il lutto avesse una scadenza scritta in fondo a una pagina e la miseria potesse essere liquidata entro il termine indicato. Aprì la prima busta senza sedersi, quasi volesse liquidare in piedi ciò a cui non intendeva concedere più tempo del necessario. Lesse poche righe e lasciò cadere il foglio sul tavolo: un'altra intimazione di pagamento. La seconda recava il nome di un fornitore, la terza quello di un avvocato. Passò il pollice sulla lama smussata del tagliacarte, indugiando prima di incidere la busta successiva, perché non tutte le lettere dovevano necessariamente portare cattive notizie. Ogni mattina continuava a sperare che fra quelle carte se ne nascondesse una diversa: la risposta di un editore, la proposta di un giornale, la richiesta di una novella o di un testo teatrale; magari una lettera di un attore, di un impresario, di qualcuno fra i pochi amici rimasti ancora disposto a ricordarsi di lei non soltanto come della vedova di Luigi Capuana. Erano diventati pochi. Alcuni si erano allontanati subito dopo la morte di Luigi, quasi che la scomparsa dello scrittore avesse cancellato, insieme con lui, anche la donna che gli era stata accanto per vent'anni. Altri avevano continuato a scriverle per qualche tempo, con parole affettuose e promesse d'interessamento che si erano fatte via via più rade, fino a spegnersi come lettere lasciate a metà. Adelaide, tuttavia, non aveva smesso di attendere: una lettera poteva significare lavoro, il lavoro qualche lira, qualche lira la possibilità di guadagnare tempo contro coloro che la assediavano. Posò il tagliacarte. Accanto alle buste erano stati sistemati alcuni giornali, che riceveva o acquistava con ostinazione anche quando avrebbe dovuto risparmiare ogni centesimo. Non poteva rinunciarvi: erano il filo che ancora la legava a un mondo dal quale si sentiva progressivamente respinta — libri, teatri, polemiche, recensioni, nomi nuovi che avanzavano e nomi vecchi che scomparivano. Attraverso quelle colonne continuava a misurare la vita letteraria italiana, cercandovi talvolta il proprio nome e, più spesso, quello di Luigi. Prese il primo foglio, lo spiegò sullo scrittoio e scorse rapidamente i titoli. La politica occupava quasi tutta la prima pagina: da settimane non si parlava che di Roma, del nuovo governo, delle camicie nere, di uomini che avevano marciato e di altri che si affrettavano a dichiarare di avere sempre marciato con loro. Adelaide voltò pagina con impazienza. Non era quello che cercava. Fu allora che un titolo le arrestò la mano. Vestire gli ignudi. Nuova commedia di Luigi Pirandello al Teatro Quirino. Rilesse lentamente. Vestire gli ignudi. Il titolo la colpì immediatamente, e le piacque, quasi contro la sua volontà: aveva qualcosa di pietoso e insieme di crudele, come tutte le cose che Pirandello sapeva costruire, evocando la miseria delle creature esposte allo sguardo altrui e il gesto, forse caritatevole, forse menzognero, di chi offriva loro una veste. Era un titolo capace di contenere una contraddizione e di trasformarla in teatro. Chissà che cosa si era inventato, stavolta. L'articolo annunciava il successo ottenuto dalla nuova commedia, rappresentata al Teatro Quirino dalla compagnia di Maria Melato. Pirandello era stato chiamato più volte alla ribalta, mentre il pubblico aveva seguito con crescente attenzione il dramma della protagonista, Ersilia Drei. Il recensore riconosceva ancora una volta nell'autore la capacità di strappare le maschere agli uomini, mostrando quanto fosse difficile distinguere la verità dalle finzioni con cui ciascuno cercava di nascondere la propria nudità. Adelaide prese il giornale e finalmente si sedette, sistemando la gonna con un gesto distratto, avvicinando la sedia alla finestra per ricevere più luce. Ricominciò a leggere dall'inizio. Conosceva Pirandello da molti anni. Aveva assistito alla sua ascesa, dapprima lenta e contrastata, poi sempre più rapida, come una marea che sembra a lungo indecisa e poi d'un tratto sommerge tutto. Ricordava il giovane scrittore che frequentava Luigi, le lettere, le cortesie, le discussioni letterarie; ricordava persino le recensioni che aveva dedicato ai suoi versi, lusinghiere in superficie eppure attraversate da quelle sottili riserve che lei non aveva mai dimenticato. Adesso ogni sua nuova opera era diventata un avvenimento: il pubblico si accalcava nei teatri, i giornali ne analizzavano le battute, attori e capocomici si contendevano i suoi drammi. Il suo nome cominciava a imporsi anche all'estero, e il successo sembrava avergli conferito una sicurezza sempre più insofferente verso coloro che lo avevano conosciuto quando non era ancora il Pirandello celebrato da tutti. Continuò a leggere con una curiosità innocente, quella curiosità che precede sempre di poco il colpo che non si vede arrivare. La protagonista della commedia si chiamava Ersilia Drei. Era una giovane istitutrice che, appena ventenne, era stata assunta nella casa del console italiano a Smirne. Adelaide rallentò. Smirne. Avvicinò il foglio al viso e tornò all'inizio del periodo, credendo per un istante di aver letto male. No: c'era scritto proprio così. Che strano, si disse, mentre qualcosa di freddo le scivolava lungo la schiena senza che lei sapesse ancora dargli un nome. Ersilia era stata assunta per occuparsi della figlia del console. Prima di partire dall'Italia era fidanzata con un ufficiale di marina, il tenente di vascello Franco Laspiga; ma durante la permanenza in Oriente il console Grotti, suo datore di lavoro, l'aveva sedotta. Un giorno, mentre la giovane si era allontanata per incontrarlo, la bambina affidata alle sue cure, rimasta senza sorveglianza, si era sporta da una terrazza ed era precipitata, trovando la morte. Le dita di Adelaide si serrarono intorno al giornale come artigli su una preda che non voleva più tenere. L'articolo proseguiva, implacabile: scoperta la relazione, la moglie del console aveva scacciato Ersilia da casa. Ersilia era allora tornata in Italia, sola e disonorata, nella speranza di ritrovare il fidanzato e forse di ricominciare accanto a lui. Ma l'uomo stava ormai per sposare un'altra donna. Priva di denaro e di qualsiasi protezione, precipitata nella miseria più assoluta, fu costretta a umiliarsi fino a concedersi dapprima all'albergatore, incapace di pagare il conto della stanza, e poi a uno sconosciuto incontrato nel giardino pubblico, nel vano tentativo di procurarsi il denaro necessario a sopravvivere. Travolta dalla vergogna, dal rimorso e dalla convinzione di non avere ormai più alcun posto nel mondo, tentò infine di togliersi la vita ingerendo del veleno. Fu a quel punto che il foglio, tra le sue mani, tradì il tremito che lei si ostinava a negarsi. Un'istitutrice in Oriente, Smirne, un ufficiale di marina, il ritorno in Italia, l'uomo promesso a un'altra, il veleno: non erano più gli elementi di una trama teatrale. Erano frammenti della sua vita, disposti davanti a lei nell'ordine esatto in cui avrebbe voluto dimenticarli, come pietre di un selciato che credeva sepolto per sempre e che qualcuno, di notte, era tornato a riportare in superficie. E tuttavia si impose di proseguire. C'era ancora qualcosa che la mente rifiutava di riconoscere del tutto: molte donne erano state abbandonate, molte avevano lavorato come istitutrici, e persino un tentativo di suicidio poteva appartenere a più di una storia. Ma quei particolari, tutti insieme, collocati nella medesima successione, non potevano essere una coincidenza. La vicenda di Ersilia, continuava l'articolo, era finita sui giornali. La giovane era sopravvissuta e, durante la convalescenza, aveva ricevuto la lettera di un romanziere maturo, Ludovico Nota, che, commosso dal suo caso, le aveva offerto ospitalità e lavoro nella propria casa. Il respiro le si fermò in gola, come sospeso a un filo. Ludovico Nota. Un romanziere non più giovane che apprendeva dai giornali del tentato suicidio di una maestra tornata dall'Oriente; un uomo che le scriveva senza conoscerla e che le offriva un posto nella propria casa. Capuana. Adelaide. Il loro incontro. Non c'era più alcun dubbio possibile. Lasciò cadere il giornale sulle ginocchia, ma subito lo riprese, come chi non resiste alla tentazione di riaprire una ferita per accertarsi che sia ancora lì. Doveva sapere fino a che punto Pirandello si fosse spinto. Tornò a leggere con gli occhi febbrili, saltando alcune righe e poi risalendo, costringendosi a non perdere una sola parola. Nella casa del romanziere, Ersilia cercava di costruirsi una nuova identità, ma tutti pretendevano di imporle una storia diversa. Il giornalista Cantavalle aveva trasformato il suo tentato suicidio in un caso edificante, presentandola ai lettori come una creatura innocente, tradita dal fidanzato e perseguitata dalla sorte. Ludovico Nota voleva accoglierla e proteggerla, forse anche salvarla attraverso il proprio sentimento. Il console Grotti giungeva a Roma per difendersi dalle accuse, mentre Franco Laspiga, dopo aver letto sui giornali la versione dei fatti, tornava da lei deciso a riparare sposandola. Ciascuno pretendeva di vestirla con una menzogna differente — l'uno con la pietà, l'altro con l'amore, un altro ancora con l'onore e il sacrificio — e ognuna di quelle vesti le stava addosso come un abito cucito per un'altra donna. Ersilia, però, sapeva che nessuna di esse le apparteneva davvero: non era la donna innocente descritta dai giornali, né la vittima pura che gli uomini volevano soccorrere, e non era neppure soltanto la sedotta e abbandonata che il fidanzato poteva riabilitare attraverso il matrimonio. Aveva mentito per procurarsi, almeno davanti alla morte, una storia più dignitosa di quella realmente vissuta, ma gli altri avevano creduto a quella menzogna e volevano costringerla a esistere dentro di essa, come si costringe un piede dentro una scarpa troppo stretta finché non è il piede a doversi deformare. Adelaide alzò lentamente gli occhi dal foglio. Il silenzio dello studio le parve improvvisamente ostile, un silenzio che non proteggeva più ma accusava. Davanti a lei i libri di Capuana occupavano ancora gli scaffali; sulla scrivania erano rimaste alcune carte vergate dalla sua mano, oggetti che lei custodiva come parti di un corpo disperso. Pirandello era entrato fin lì. Aveva aperto un cassetto che non gli apparteneva, rovistando fra i ricordi più dolorosi di due esistenze, trascinando sul palcoscenico ciò che avrebbe dovuto conoscere soltanto in virtù di un'amicizia antica e della fiducia che Luigi gli aveva accordato. E non gli era bastato raccontarlo: lo aveva deformato, contaminato con invenzioni crudeli, fino a stravolgerlo malignamente. Aveva infangato quella giovane istitutrice, facendola sedurre dal proprio datore di lavoro, attribuendole la responsabilità della morte di una bambina, spingendola ancora più in basso, fino a farne una donna che, cacciata da Smirne, priva di mezzi, tradita dall'uomo che avrebbe dovuto sposarla, arrivava, in un momento di disperazione, persino a prostituirsi. Assassina. Meretrice. Bugiarda. Fedifraga. Così Pirandello l'aveva consegnata al pubblico, come si consegna un imputato già condannato in partenza. Come se non fosse bastato il dolore, le aveva imposto anche l'onta, trasformando la sua disperazione in colpa, la sua sofferenza in degradazione morale, la sua salvezza in una nuova condanna. E, quando ormai a quella donna non restava più nulla da perdere, le aveva concesso soltanto ciò che la vita, invece, aveva negato ad Adelaide: una morte definitiva. Ma soprattutto — e questo le bruciava anche di più — aveva fatto di Capuana un vecchio e stupido romanziere, mosso da una pietà quasi senile, incapace di comprendere la donna che aveva accolto nella propria casa e di vedere oltre la menzogna. Aveva cancellato il loro amore, la loro complicità intellettuale, gli anni di lavoro condiviso, riducendo un legame profondo e complesso a un gesto di compassione, come si riduce un affresco a un semplice schizzo a carboncino. Adelaide chiuse gli occhi. Più della rabbia le bruciava l'ingratitudine. Le tornarono alla mente gli anni di Roma, quando Luigi aveva accolto con generosità ed entusiasmo quel giovane siciliano dai modi schivi e dall'intelligenza vivissima. Glielo aveva presentato Ugo Fleres, intuendone subito il talento, e da allora non aveva smesso di incoraggiarlo. Capuana lo aveva ascoltato, consigliato, orientato. Quando Pirandello esitava ancora fra poesia, teatro e narrativa, era stato Luigi a convincerlo che la sua vera voce abitava il romanzo, tanto che Marta Ajala, poi diventato L'Esclusa, era nato anche sotto quella guida paziente. Eppure, nonostante quell'intenso lavoro, nel 1901 il nome di Pirandello era ancora scarsamente noto: non aveva ricevuto un serio riconoscimento editoriale. Era stato ancora una volta Luigi a sbloccare la situazione. Prima, con un articolo pubblicato sul Roma di Roma il 16 settembre 1896, in cui lo presentava come un poeta «dalla bonaria e fine ironia»; poi, più risolutamente, intervenendo come critico autorevole a favore del giovane amico e dedicandogli, su L'Ora del 4 agosto 1901, uno dei suoi «profili letterari» più elogiativi, con cui invitava espressamente gli editori ad accorgersi di lui. La gloria non si era fatta attendere: nel giro di poco Pirandello aveva pubblicato, uno dopo l’altro, L'Esclusa, Il turno e Il fu Mattia Pascal — la gloria che Luigi aveva previsto era finalmente sbocciata, come un albero che porta il frutto molto dopo che la mano che lo ha piantato si è ormai stancata di attendere. Erano stati amici. Maestro e discepolo. Compagni di conversazioni interminabili, di salotti romani, di discussioni sulla letteratura, sul teatro, sullo spiritismo, sulla teosofia, su quei misteri dell'animo umano che tanto affascinavano entrambi. E come se tutto questo non bastasse, Pirandello aveva persino avuto la crudele compiacenza di lasciare all’interno della commedia una firma: una firma nascosta, ma ben visibile a chi conosceva la verità. Le tornarono alla mente le poche righe riportate nell'articolo. A un certo punto Ersilia, parlando con il vecchio romanziere Ludovico Nota, gli attribuiva la paternità de L'Esclusa, e Nota la interrompeva subito: «L'Esclusa? Eh no, carina: sbagli. L'Esclusa non è un romanzo mio». E subito dopo aggiungeva: «È di Pirandello: scrittore, che io anzi particolarmente non posso soffrire». Adelaide sentì affiorare un sorriso amaro: quello non era un dettaglio casuale. Aveva scelto proprio L'Esclusa. Non un titolo qualsiasi, ma il romanzo che più di ogni altro testimoniava quanto Luigi avesse creduto nel giovane Pirandello, quando gli editori ancora lo ignoravano e il suo nome diceva poco o nulla al pubblico. Era stato Capuana a incoraggiarlo, a sostenerlo, a spendere la propria autorevolezza perché quel talento venisse finalmente riconosciuto. Ed era proprio quel romanzo che Pirandello richiamava adesso, facendone il veicolo di una frecciata che Adelaide avvertì come tutt'altro che innocente. Quella battuta la colpì più di ogni altra. Non bastava aver trasformato Luigi in Ludovico Nota, averne ridotto la statura morale e intellettuale, aver deformato la loro storia d'amore e infangato la sua memoria. Adesso gli metteva perfino in bocca parole che non gli erano mai appartenute, facendogli dichiarare un'antipatia verso Pirandello che Capuana non aveva mai espresso. Era un ultimo, sottile atto di appropriazione: dopo avergli sottratto la storia, gli sottraeva perfino la voce. Non gli era bastato colpire Adelaide. Doveva colpire anche Luigi. Anzi, era proprio Luigi il bersaglio più profondo. Da anni Pirandello non le perdonava di essersi frapposta fra lui e il suo maestro. Ai suoi occhi Adelaide era stata la donna che gli aveva portato via Capuana, distraendolo dalla letteratura, impoverendolo come scrittore e trascinandolo verso un declino che egli le attribuiva senza esitazione. Quella commedia non nasceva dal caso. Era il punto d'arrivo di un'antica ostilità, covata nel tempo e finalmente trasformata in teatro. Fu allora che un pensiero le attraversò la mente con la nettezza di una sentenza: il figlio aveva ucciso il padre. Non un padre di sangue, ma il padre della sua formazione letteraria, l'uomo che per primo aveva creduto in lui, lo aveva guidato, difeso e sostenuto quando quasi nessuno pronunciava ancora il suo nome. E il tradimento, pensò Adelaide, è sempre il più feroce quando nasce dalla riconoscenza dimenticata. Non era più teatro. Era un processo. E sul banco degli imputati sedevano lei e Luigi Capuana. Si levò di scatto, e la sedia arretrò stridendo sul pavimento. Il giornale si accartocciò nella sua mano mentre il nome di Pirandello, che pochi minuti prima aveva letto con curiosità, si trasformava in accusa: «Vigliacco! Traditore!» Eppure, appena il grido si spense, la stanza tornò a riempirsi di silenzio. Adelaide rimase in piedi, con il petto scosso dal respiro e le dita serrate intorno alla carta. Avrebbe voluto gettare il giornale nel fuoco, cancellare quelle parole prima che potessero penetrare più a fondo; ma il fuoco del camino era spento, e il foglio, spiegazzato, continuava a mostrarle quel nome: Smirne. Le bastò fissarlo perché la stanza cominciasse a dissolversi. Non vide più gli scaffali, né lo scrittoio, né le buste dei creditori. Per un momento non udì neppure i rumori di Catania. La luce che entrava dalla finestra divenne più intensa, bianca e abbacinante, e nell'aria le parve di riconoscere un odore dimenticato: sale, polvere, frutta matura, spezie, sudore e acqua stagnante — un odore acre e dolciastro che non apparteneva alla sua casa, ma a un porto lontano, in Oriente...